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Bros’!

Cari amici oggi, dopo mesi incasinatissimi tra laurea, esame d’abilitazione ed altre mille cose, riesco a trovare il tempo giusto per parlare della mia esperienza estiva da Bros’ a Lecce. Non è proprio un articolo che si scrive in due minuti e, per questo, ho preferito aspettare per prendermi il tempo necessario.

Tutta una questione di tempo. Questa parola, “tempo”, appunto, che in poche righe è comparsa almeno tre volte, forse quattro, può essere la protagonista di questo mio racconto. Un racconto affascinante di un posto affascinante, fatto di persone affascinanti e piatti affascinanti.

Cosa c’entra il tempo? in tanti ve lo chiederete (… e come darvi torto…) ed io vi rispondo dicendovi che c’entra, cacchio se c’entra. C’entra perché camminando tra le antiche stradine fantastiche del centro storico di Lecce ad un certo punto, ad angolo, ecco Bros’. All’ingresso, ad accogliermi, lo staff, e che staff. Ragazzi per bene, vestiti per bene, che sembrano provenire da un’altra epoca. Con estremo garbo vengo accompagnato al mio tavolo. Mi siedo e penso che il locale è bellissimo. Minimal, pieno di luci calde, pezzi dal design fantastico. Il tutto incastonato in arcate e mura antiche.

Passato e presente si fondono a creare un’atmosfera bellissima che prepara alla grande la successiva degustazione dei piatti della coppia più bella del mondo della cucina, Floriano Pellegrino ed Isabella Potì. Due ragazzi affamati, folli e coi controcoglioni che, un giorno ne sono sicuro, arriveranno molto più in alto di ora. Due ragazzi che si sono circondati di altri ragazzi come loro ed hanno creato un progetto ed un team fantastico. Si vede da subito che c’è unione tra loro. C’è voglia di crescere e di fare cose belle insieme.

Sfogliando il menù si evince la voglia di proporre piatti creati sfruttando al meglio i prodotti del territorio. Una cucina essenziale, diretta, nuova ma con radici solide, minimal, con la cazzimma.

Il mio percorso è iniziato con un aperitivo interessantissimo. Nido di patate croccanti, paté di fegato di piccione ed alloro. Super, così come la zucchina alla scapece con maionese alla menta e l’anguria marinata ghiacciata. Ad accompagnare il tutto un rosato base primitivo notevole consigliato da Juan, il sommelier. Con l’aperitivo viene servito il pane. Buono, fatto bene, caldo, croccantissimo fuori e morbidissimo dentro. Avrei mangiato dieci pagnotte di quel pane fatto con farina Senatore Cappelli e servito con olio buono ed un maialino di lardo ripieno di frutti rossi.  

L’antipasto: cipolla, amarena. Un piatto a base di quattro cipolle differenti abbinate con sferificazione di aceto balsamico, tapioca, amarene ed olio in cui in precendenza sono stati messi fiori di campo in infusione. Unico. Mentre lo mangiavo mi è tornata in mente la mia vecchia casa che era in campagna circondata da terra piena zeppa di cipolle ed erbe spontanee. Quattro cipolle, quattro consistenze, quattro sapori che non fanno a pugni, anzi, stanno insieme alla grande. Dolcezza, acidità, un amarognolo leggerissimo e tantissimi profumi mi hanno steso. E’ stato tipo il primo gancio che prende Rocky Balboa da Ivan Drago in Rocky IV. Una botta incredibile che ha messo in chiaro loro chi sono.

 

Subito dopo, un loro classico. Linguine, pistacchio e liquamen 6 mesi. Anche qui un ingrediente tosto usato con cura: il liquamen che in pratica è un liquido ricavato dalle sardine fermentate. Sapido forte, ma smorzato e tenuto a bada dal pistacchio liquido dolce e dal pepe sansho che ha sentori di limone. Pasta legata alla perfezione. Bavosa. Al dente. Come piace a me.

Dopo il primo piatto è la volta del Branzino in grasso rancido, patè di olive nere, spaghetti di patate cotti in burro nocciola, quenelle di friggitelli e salsa al grano e rosmarino. Cottura perfetta del pesce ed anche qui un mix di sapori fantastici che mi hanno mandato fuori di testa.

… per non parlare del panino soffice soffice (cotto prima al vapore e poi fritto) con cui ho fatto una scarpetta clamorosissima senza alcun ritegno. Prima del piatto successivo, un cicchetto di agrumi ed aloe. Utile a preparare le papille gustative al piatto successivo.

Altra fermata, altro mal di testa, altro “quanto cazzo so forti!”. Maiale, salsa agli arachidi e lattuga. Tre elementi che fanno un threesome assurdo e chiudono col botto il percorso.

Prima del dessert altro colpo da maestro. Infuso di zenzero e cannella con gelatine multivitaminiche. Ci sta tutto.

 

Come dessert, l’uovo fucking cold !!!. Me ne sono innamorato. Un dessert insolito. Un uovo marinato sale e zucchero, con spuma al latte e vaniglia, crumble, salsa mou e limone. Sapido, dolce, acidulo, con quel pizzico di croccantezza che non guasta mai. E’ stato tipo manomesso l’orologio con questo dolce. Rieccolo, tirato ancora una volta in ballo il tempo. Mentre mura ed arredamento rappresentano passato e presente, in questo caso le lancette hanno fatto parecchi giri in avanti e dal futuro l’uovo fucking cold, con la sua navicella d’acciaio, è arrivato a tavola servito in una ciotola piena di ghiaccio. E’ senza dubbio nella mia top tre dei desserts migliori che  io abbia mai mangiato.

Va aldilà del dolce classico. E’ un’altra cosa, un altro concetto, un’altra idea efficace direttamente dal futuro, appunto. E’ complesso come un piatto, è come se non chiudesse la cena. Ti lascia con quel senso di incompiuto piacevole e nettamente migliore del senso di pesantezza che lasciano desserts stucchevoli ed estremamente dolci. Va mangiato in un sol boccone come consiglia Maura in sala, una ragazza rigorosa ma allo stesso tempo dolce, mai invadente, sempre disponibile e gentile.

Dulcis in fundo, piccola pasticceria servita direttamente da Isabella. Bella, elegante anche mentre lavora, di una classe pazzesca. Mi ha imboccato con miele ed una goccia di limone, stupito con effetti speciali dati dall’incontro dell’azoto liquido e delle cialde di cioccolato, coccolato accompagnandomi all’uscita offrendomi dell’ottimo latte di mandorle. Latte da gustare durante la doverosa passeggiata post cena al centro di Lecce.

Da Bros’ ho vissuto un’esperienza bellissima e che ripeterò sicuramente a breve. Ho trovato una cucina affascinante che stupisce, sfida e vince, colpisce e lascia il segno, fatta bene e che fa stare bene. Una cucina che ho apprezzato moltissimo tanto da sentirne la mancanza il giorno dopo. Questo mi succede solo quando qualcuno mi emoziona ed io, a Lecce, mi sono emozionato più volte. Dall’aperitivo al dolce sono stato avvolto da un vortice di sensazioni  forti che hanno lasciato il segno e mi hanno fatto sorgere una domanda semplicissima appena fuori dal ristorante: cosa ci fanno sti pazzi senza nemmeno una stella?!?! La mia domanda ha ricevuto una risposta in cui tanto speravo. Qualche giorno fa infatti, la prima stella per questi ragazzi. La prima, che farà solo un po’ di luce sul loro lungo percorso che sarà, senza dubbio, sempre più luminoso.

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